Felici da oggi

Felici da oggi

felici_da_oggi_fronteNell’articolo La ricerca della felicità ti invitavo a chiederti se sei felice: com’è andata?

Presumo che, a prescindere dalla risposta, resti il tuo desiderio di stare bene, vivere una vita piena, serena, gioiosa.

Ti presento allora un’attività concreta per favorire il raggiungimento di questo stato e consolidarlo: un week-end esperenziale dal titolo Felici da oggi, durante il quale poter acquisire strumenti utili nella quotidianità.

Ma la premessa perché questa proposta funzioni è che tu voglia davvero essere felice. La tua realtà non cambierà finché pensi che essere felice sia solo un sogno irrealizzabile. Dunque, se questo è quello che pensi, ti propongo di iniziare a dubitarne! Le esperienze favoriscono alcune convinzioni su noi, gli altri, la vita, che spesso non corrispondono alla realtà.

Se vuoi veramente essere felice, inizia a trasformare una visione vaga e utopica di come ti piacerebbe vivere in una concreta intenzione di vivere sereno, allegro, in pace con te stesso e con gli altri, tranquillo, senza preoccupazioni, inizia a pensare alla felicità come una possibilità: non escluderla a priori, ma prova a verificarla!

Ci vuoi provare, ma non sai come fare e da che parte iniziare?

Il week-end che propongo serve proprio a questo: seguire un percorso che introduca gradualmente in un mondo che ci appartiene fin dalla nascita, ma che a molti non è più familiare, è divenuto inconsueto, estraneo, sconosciuto. Nel corso di due giornate propongo una serie di riflessioni e di esperienze che forniranno le chiavi per entrare in uno stato di piacevole benessere e per ritornarvi ogni volta che lo si desidera, finché non tornerà ad essere uno stabile “luogo di vita”.

Ci saranno vari momenti di confronto sul nostro modo di pensare, di atteggiarci, di relazionarci, per divenire sempre più consapevoli delle condizioni interiori che favoriscono o ostacolano il nostro benessere.

Ad intervallare tali momenti e al fine di consolidare le nuove idee ed intuizioni che emergeranno, proporrò attività pratiche di tipo corporeo-espressivo, partendo dall’assunto che corpo e mente costituiscono una unità inscindibile e di conseguenza così come i pensieri hanno ripercussioni sulla salute fisica, allo stesso modo azioni a livello corporeo hanno incidenza sullo stato mentale. Ecco alcuni ingredienti di tali attività: il sorriso e la risata, il movimento e il rilassamento, alcune attività artistiche quali la musica, la pittura, la scrittura.

Fine ultimo delle due giornate: cogliere che essere felici è una scelta, non un effetto di circostanze che viviamo passivamente, sperimentare momenti di gioia e sentire che possono non essere un’eccezione.

Qui puoi trovare maggiori dettagli sul programma delle due giornate: felici-da-oggi-retro.

Per informazioni sulle prossime date e per iscriverti al week-end Felici da oggi contattami o compila il seguente modulo:

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La supervisione per lavorare meglio

La supervisione per lavorare meglio

SupervisioneNell’attività lavorativa quotidiana è normale incontrare difficoltà di varia natura.

La capacità di superare tali difficoltà è una componente indispensabile perché ogni membro del gruppo possa lavorare con serenità e collaborare in modo ottimale con i colleghi favorendo il perseguimento degli obiettivi dell’organizzazione e il pieno raggiungimento dei risultati desiderati.

In questo articolo descriverò l’attività di supervisione come strumento utile per favorire la risoluzione dei problemi e per rendere efficace ed efficiente il lavoro personale e dei gruppi.

Le difficoltà che si incontrano nella quotidianità possono riguardare vari aspetti, riconducibili alle seguenti aree:

  • Aspetti organizzativi
  • Caratteristiche personali
  • Dinamiche relazionali

Vediamone alcuni dettagli.

Gli aspetti organizzativi, pur nella loro concretezza e quindi apparente semplicità, generano spesso spreco di energie e conflitti, nel momento in cui non è chiaro che cosa va fatto, come, con che tempi e da chi.

Pianificare il lavoro, definire e condividere verso quali obiettivi è orientato, a chi competono le varie attività che esso prevede e le corrette modalità in cui esse vanno svolte, favorisce la chiarezza mentale di ogni componente del gruppo di lavoro rispetto al proprio contributo, alle aree di cui si occupano altri colleghi e in ultima analisi all’intero processo lavorativo. Di conseguenza permette di consolidare il coinvolgimento personale nel perseguimento degli obiettivi, la percezione del proprio valore e della propria importanza all’interno del funzionamento generale e l’assunzione di responsabilità.

Le caratteristiche personali sono un aspetto più delicato da trattare in ambito lavorativo, ma occorre tenerne conto sia perché è eticamente giusto mettere il lavoratore nelle condizioni migliori per svolgere il proprio compito, sia perché se il lavoratore sta bene lavora meglio e cogliere quali caratteristiche sono una risorsa da ottimizzare e quali possono rivelarsi un ostacolo è funzionale rispetto alle finalità dell’organizzazione.

Pertanto può essere fondamentale rilevare il livello di competenza, di motivazione, la capacità di gestione dello stress, la presenza di abilità trasversali (strategie di risoluzione di problemi, comunicazione efficace, collaborazione, intraprendenza, ecc.).

Le dinamiche relazionali hanno un livello di complessità maggiore, in quanto discendono dalle caratteristiche personali e dalla relazione tra un certo numero di persone, che sono chiamate a incontrarsi e lavorare insieme quasi sempre senza essersi scelte.

Le persone si interfacciano in relazioni duali ma nello stesso tempo si confrontano con un gruppo di riferimento, che può essere interpretato come un’entità con caratteristiche particolari che occorre tenere in debita considerazione per favorire il benessere di ogni suo componente e garantire così il buon andamento delle attività lavorative nel perseguimento degli obiettivi.

Da questo punto di vista è fondamentale cogliere l’umore del gruppo, l’armonia generale, la capacità di condividere informazioni e vissuti, la motivazione generale, la capacità di collaborare con efficacia ed efficienza, il ruolo che ognuno tende ad assumere all’interno del gruppo (leader positivo o accentratore, gregario, stile compiacente o critico ecc.) e la relazione con quello affidatogli.

La supervisione è un’attività che favorisce la consapevolezza delle difficoltà che il gruppo nel suo insieme e/o i singoli componenti si trovano ad affrontare e l’individuazione di possibili soluzioni, grazie al supporto di un esperto esterno, che in quanto tale fornisce uno sguardo privilegiato, “dall’alto”, come il termine super-visione suggerisce.

Chi è emotivamente coinvolto in un problema fa fatica a percepirne le soluzioni, proprio come chi si trova in una situazione confusa o sconosciuta (un labirinto, una strada mai percorsa, una zona buia o nebbiosa…) non riesce a vedere le possibili vie d’uscita. Il supervisore cerca di favorire il distacco emotivo dalla situazione, al fine di permettere un più agevole accesso alle strategie di risoluzione dei problemi e una maggiore chiarezza mentale che dia spazio ad intuizioni su strade da poter percorrere.

Dunque la supervisione è fondamentalmente uno spazio e un tempo in cui ci si ferma a riflettere su ciò che si sta facendo e sulle direzioni da dare alle future attività.

Può essere svolta individualmente o in gruppo. La prima modalità permette di personalizzare l’attività e di affrontare eventuali nodi personali che impediscono agilità di movimento in ambito lavorativo. La seconda acquista spessore grazie ai contributi di più persone e al modo in cui ognuno risuona di quanto gli altri affermano.

Essa prevede alcune fasi che tendono ad una chiarificazione del problema e del contesto in cui esso è nato, in modo da poter individuare interconnessioni, cause ed effetti, possibili modificazioni degli elementi presenti, al fine di generare scenari nuovi e più funzionali.

Descriverò dunque tali fasi facendo riferimento ai gruppi di lavoro presenti nelle organizzazioni. Le stesse considerazioni si possono comunque riferire al lavoro individuale, in cui semplicemente manca l’apporto di altre persone.

Innanzitutto il conduttore, nel tentativo di comprendere il problema, cerca di acquisire tutte le informazioni necessarie e il fatto stesso di doverle fornire con chiarezza implica uno sforzo di descrizione del quadro finora confuso, le cui linee man mano vanno delineandosi sia per chi lo sta descrivendo, sia per il supervisore, sia per gli altri partecipanti, che seguono il processo di chiarificazione della situazione e possono dare anch’essi il loro contributo alla descrizione.

Già questo primo step produce risultati notevoli, in quanto un po’ alla volta tutto si fa chiaro e si riesce a distinguere gli aspetti che non destano preoccupazione, le parti “sane” della situazione, dalle zone “calde”, i nodi che è necessario sciogliere. Si coglie dunque che non è l’intera situazione che costituisce un problema, ma solo alcuni aspetti circoscritti. Ciò produce una sensazione di maggiore leggerezza e possibilità di soluzione.

Per favorire la comprensione degli elementi in gioco il supervisore a questo punto evidenzia e restituisce al gruppo alcuni aspetti che durante la narrazione lo hanno colpito rispetto alla genesi del problema e dell’impasse che è venuta a crearsi, propone chiavi di lettura e interpretazioni della vicenda descritta e mette in luce quali aspetti possono essere una buona risorsa e quali aspetti sono da tenere in debita cura perché possono essere un ostacolo alla risoluzione del problema o addirittura aggravarlo.

I membri del gruppo a questo punto possono commentare la rilettura offerta loro dal supervisore, generando uno scambio creativo e un confronto tra i modi in cui ognuno vede ora la situazione come è andata delineandosi: di fatto è la stessa situazione, ma vista con occhi diversi. In tal modo si chiarisce sempre di più il quadro generale e insieme alla maggiore consapevolezza ognuno recupera maggiore potere d’azione rispetto all’impasse e al senso di chiusura e impotenza iniziale.

La fase finale consiste nell’individuazione di possibili strategie concrete e nella pianificazione di azioni correttive per superare il problema. Dunque il gruppo acquista intenzioni e concrete possibilità d’azione: il processo che viene così messo in moto andrà monitorato e i risultati ottenuti andranno valutati per accertarsi che le decisioni prese siano funzionali per il superamento del problema.

L’efficacia dell’attività di supervisione dipende dal modo in cui la si interpreta. Essa non ha alcun valore se non si ha un atteggiamento attivo e propositivo, mentre risulta estremamente preziosa per quanti sentono che la riflessione e il confronto siano un investimento per recuperare energia, fiducia nelle proprie competenze e nel gruppo di lavoro, spunti concreti per intervenire con efficacia nelle situazioni di difficoltà.

È un’attività molto utilizzata nelle organizzazioni, sia in ambito aziendale che nei servizi alla persona, pur nelle relative diversità di finalità, obiettivi, aspettative, modalità operative e stili di gestione delle risorse. Per coglierne l’effettiva utilità occorre farne esperienza, andando al di là della descrizione teorica, ovvero occorre sospendere il giudizio e provare a vedere se e come può essere funzionale alle specifiche esigenze.

La ricerca della felicità

 

La ricerca della felicità

smileyLa felicità è raggiungibile?

Con questo articolo desidero dare un contributo su questo tema, in occasione della Giornata Internazionale della Felicità, che ricorre il 20 marzo, secondo quanto stabilito nel 2012 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con la seguente dichiarazione del 28 giugno (fonte-Wikipedia):

« L’Assemblea Generale […], consapevole che la ricerca della felicità è uno scopo fondamentale dell’umanità, […] riconoscendo inoltre di un approccio più inclusivo, equo ed equilibrato alla crescita economica che promuova lo sviluppo sostenibile, l’eradicazione della povertà, la felicità e il benessere di tutte le persone, decide di proclamare il 20 marzo la Giornata Internazionale della Felicità, invita tutti gli stati membri, le organizzazioni del sistema delle Nazioni Unite, e altri organismi internazionali e regionali, così come la società civile, incluse le organizzazioni non governative e i singoli individui, a celebrare la ricorrenza della Giornata Internazionale della Felicità in maniera appropriata, anche attraverso attività educative di crescita della consapevolezza pubblica […] »

L’uomo da sempre ricerca la felicità, quel senso di benessere, spensieratezza, pienezza, tranquillità, serenità, gioia interiore, allegria… : ognuno può andare avanti a declinarne il significato con ulteriori parole.

E’ così densa di contenuti e profonda dal punto di vista esistenziale che l’uomo da sempre, o almeno da quando ha iniziato a sviluppare consapevolezza del suo essere al mondo, si è chiesto se sia uno stato raggiungibile.

Le risposte dipendono dalle esperienze che ogni uomo ha collezionato nel corso della sua vita.

Per molti è pura utopia, un orizzonte mai raggiungibile, cui si anela certo, ma inutilmente.

Per altri è raggiungibile, ma anche fuggevole, circoscritta a periodi temporali più o meno lunghi, ma comunque passeggeri. La quotidianità per costoro non è fatta di felicità, ma ogni tanto alcune circostanze favoriscono l’innalzamento a sensazioni particolarmente positive che possono dare un senso di felicità.

Chi vive invece esperienze positive non fatica a dichiarare possibile, se non ovvio, il raggiungimento della felicità.

In tutti i casi chiedersi se la felicità è raggiungibile è rischioso, perché pensare alla felicità come una meta significa che al momento non ci appartiene. Questo problema non si pone solo per le persone che già si sentono felici e riescono a mantenere questo loro stato.

Possiamo allora provare a pensare come ci sentiamo ora e pensare a come mantenere lo stato attuale se ne siamo soddisfatti o come apportare i dovuti cambiamenti per raggiungere nel più breve tempo possibile uno stato migliore. Così, istante dopo istante, possiamo sentire che la felicità è qui, non è sempre altrove, da ricercare chissà dove, chissà come e in che tempi. La felicità non è una cosa da cercare o che non vale la pena perdere tempo a cercare perché non esiste. La felicità è un modo di essere, di sentirsi, un atteggiamento, che possiamo far emergere e consolidare in ogni momento della nostra vita, anche se non ci si può aspettare che sia uno stato costante, perché segue le nostre emozioni, il nostro umore, in continuo mutamento: l’uomo è un essere vivente e segue dunque il flusso della vita, dunque è in continuo movimento, cambiamento, anche se a volte l’impressione è di vivere in condizioni stagnanti o in circostanze negative che non cambiano mai!

La domanda “migliore” non è: la felicità è raggiungibile? ma come posso essere felice? 

Chiedersi se la felicità sia raggiungibile insinua il dubbio che non possa esserlo, invece chiedersi come poter essere felici mette in moto il pensiero creativo partendo dal profondo, innato desiderio di stare bene, nel senso più pieno.

Allora ti invito di nuovo a chiederti, in questo istante, magari chiudendo gli occhi: come sto? Se non stai bene è il momento di fare qualcosa, non necessariamente qualcosa di grosso, ma qualcosa… Prendi in mano la tua vita e decidi che direzione vuoi dargli, anche solo per i prossimi 5 minuti. Hai bisogno di prendere aria? Di rilassarti? Di mangiare qualcosa di buono? Di sgranchirti le ossa?…. Fallo! Non sai da che parte iniziare? Chiedi aiuto! Pensi che non serve? Verificalo! Metti che ti sbagli?…

In realtà la felicità è a portata di mano, più vicina di quanto pensiamo, ma a volte siamo noi stessi, con i nostri pensieri, il nostro atteggiamento, le nostre convinzioni, che la teniamo lontana o che ci allontaniamo sempre più da lei, fino a non rivolgerle più attenzione, fino a farne a meno.

E’ il momento di cambiare opinioni! Può non essere facile, ma ne vale la pena! Noi siamo come una casa: se siamo abituati a prendercene cura la casa resta pulita e ordinata senza grossa fatica, se invece la abbandoniamo a se stessa viene invasa da polvere, sporcizia, disordine, ragnatele, rovi e rampicanti e farla tornare a brillare è più faticoso, ma pur sempre possibile!

Ebbene, se ti immagini come una bettola prova a cambiare pensiero!

In realtà tu sei una reggia e se inizi a pensarti tale sicuramente troverai un po’ alla volta il modo di vivere nella realtà ciò che hai immaginato. Parti con le “pulizie di primavera”, con il “cambio dell’armadio”, con opere di “bonifica e manutenzione straordinaria” e la tua vita riprenderà a brillare e rifiorire: questa è la felicità!

Manteniamo la calma!

DiscussioneTi sei mai sentito dire (o hai mai detto a qualcuno), in qualche situazione complicata, manteniamo la calma! con voce risoluta, se non alterata? Hai forse risposto (o ti sei sentito rispondere) come si fa a mantenere la calma in questa situazione?!!! ormai in preda alla rabbia?

In questo articolo desidero dare alcune indicazioni proprio per mantenere la calma o recuperarla nel più breve tempo possibile, quando la si è persa. I motivi per cui è importante imparare come fare a preservare questo stato di serenità interiore sono fondamentalmente due:

  1. la calma, la serenità, la tranquillità, il rilassamento sono piacevoli di per sé, in quanto aspetti fondamentali del benessere psicofisico.
  2. lo stato di calma ci predispone positivamente verso le attività quotidiane, in quanto favorisce la concentrazione e la capacità di utilizzare in modo efficace le proprie risorse.

Al contrario, l’agitazione, la tensione , l’ansia, le preoccupazioni, oltre ad essere segni e motivo di malessere, da cui si tende ad allontanarsi istintivamente, creano ulteriori disfunzioni psicofisiche e inutile spreco di energie.

Per individuare cosa fare per preservare la calma può essere utile sapere che il modo in cui noi agiamo ogni giorno si basa sul buon funzionamento e sull’equilibrio dinamico tra due sottosistemi del sistema nervoso, chiamati “simpatico” e “parasimpatico”. Il sistema simpatico favorisce l’attivazione, l’eccitazione e le reazioni di attacco e fuga, il sistema parasimpatico favorisce invece il rilassamento, il riposo, le funzioni digestive e il recupero e la conservazione delle proprie energie.

E’ come avere a disposizione due motori che si attivano in base al modo in cui noi percepiamo la realtà interna ed esterna: se la situazione ci pare tranquilla si attivano i meccanismi che ci permettono di riposare, dormire, immagazzinare e ritrovare energia, se la situazione richiede una maggiore presenza e partecipazione (nelle relazioni e nelle attività di studio, lavoro, sport, tempo libero ecc.) entrano in gioco una serie di meccanismi di attivazione funzionali alle attività da svolgere, se infine percepiamo pericolo entra in gioco prontamente il sistema “attacco-fuga”, che dirige tutte le nostre risorse  sull’individuazione rapida ed istintiva della migliore soluzione all’emergenza, che in sintesi consiste nello scegliere tra fronteggiarla in modo diretto, energico, fermo, aggressivo oppure evitarla, tirarsi indietro, allontanarsi, fuggire.

Se i due sistemi funzionano e si integrano bene tra di loro siamo in grado di modulare le reazioni in base alle circostanze utilizzando le nostre risorse in modo efficace e rispondendo nel miglior modo alle nostre necessità vitali e ai nostri bisogni psicologici.

Il livello di attivazione è correlato con una serie di modificazioni psicofisiche: quanto più è alto, tanto più il nostro fisico si prepara a far fronte alle necessità che le varie situazioni prevedono con chiare modificazioni nei distretti corporei principali: il cervello è maggiormente irrorato di sangue, il cuore pulsa più velocemente, la respirazione polmonare diventa più corta e frequente, i muscoli si tendono.

Esserne consapevoli è utile proprio per cogliere che, dal punto di vista fisico, per mantenere o recuperare la calma è fondamentale:

  • rallentare e rendere più ampia e profonda la respirazione, portando l’attenzione sul diaframma, ovvero sulla “pancia”, che si deve gonfiare e sgonfiare come un palloncino, evitando di respirare con il torace, ovvero la parte alta del dorso, dove c’è uno spazio più limitato per immagazzinare aria (è possibile controllare la correttezza della respirazione appoggiando le palme delle mani in posizione sdraiata e osservando che le dita delle due mani si alzino e si allontanino)
  • allentare le tensioni muscolari, portando l’attenzione sistematicamente su ogni parte del corpo.

E’ certamente più facile ottenere buoni risultati lavorando preventivamente, ovvero consolidando il proprio stato di calma e serenità prima che circostanze non favorevoli ci colgano impreparati e ci obblighino ad intervenire in emergenza.

Ci potremmo chiedere allora perché si perde la calma o perché alcune persone tendono ad essere agitati o ansiosi, ovvero quali sono le correlazioni mentali che favoriscono tali stati.

Una prima considerazione è che il funzionamento dei sistemi su descritti si basano sul modo in cui noi percepiamo ed interpretiamo la realtà. Se la percepiamo in modo non corrispondente a come effettivamente è, anche i comportamenti che ne derivano saranno “scorretti”, ovvero non utili, non funzionali, o esagerati. E’ ciò che accade nelle incomprensioni e nelle conseguenti reazioni, oppure quando stimoli improvvisi ci fanno spaventare o per ragioni che derivano dalla storia personale si vedono nella realtà alcuni segnali di pericolo che di fatto non sussiste (e talvolta saperlo non basta a tranquillizzarci!).

Occorre dunque cercare di migliorare l’esame di realtà, ovvero la nostra capacità di cogliere i vari stimoli, le richieste dell’ambiente e le nostre capacità di rispondervi nel modo più corrispondente possibile a come effettivamente sono.

Il nostro modo di percepire noi stessi e la realtà si traduce in pensieri che prendono spesso la forma di affermazioni vere e proprie.

Ti sarà capitato per esempio di dire, o di sentir dire, di fronte ad una situazione difficile, non ce la posso fare! sperimentando un evidente stato di impasse. Analogamente quando non ci sentiamo a nostro agio o viviamo dei problemi tendiamo a visualizzarci in situazioni di difficoltà, nel timore o nella certezza che si avverino (non riuscire a superare un esame, parlare in pubblico, stare in coda senza svenire ecc.). Ebbene, un altro modo di favorire la calma è utilizzare affermazioni positive e immagini rilassanti, visualizzandoci capaci di affrontare le varie situazioni.

A proposito di affermazioni, un’ultima considerazione riguarda la “delega di potere”, ovvero il pensiero che il nostro benessere dipenda dalle circostanze. Affermare “come si fa a mantenere la calma in queste circostanze?!!” significa “io non posso essere calmo/a nella realtà che sto vivendo” e dare la colpa a qualcosa o qualcuno (genitori, figli, partner, il maltempo, il lavoro, la mancanza di soldi, problemi di salute ecc…). Se può essere vero che le circostanze hanno una certa influenza nel favorire o meno il nostro buon umore, occorre provare ad invertire il nesso di causa ed effetto per non subire passivamente gli eventi e sentire di avere possibilità di scelta e di azione, ovvero tornare a sentire di essere responsabili ed artefici della propria vita.

 

Approfondisco questi temi e le tecniche su descritte nei corsi di Training Autogeno, tecnica di rilassamento che può essere appresa facilmente per favorire la propria capacità di stare calmi e utilizzare in modo efficace le proprie energie.

Informati per le prossime date!

Nascere per necessità

Nascere per necessità

orizzonte

Secondo lo psicanalista Erich Fromm “il problema che la specie umana, come ciascun individuo, deve risolvere è quello di nascere. La nascita fisica, se pensiamo all’individuo, non è per nulla quell’atto decisivo e singolare che potrebbe apparire. … Il parto è dunque soltanto l’inizio di una nascita in senso più lato. Tutta la vita di un individuo non è altro che il processo di far nascere se stesso.”

Ma allora che cosa significa veramente nascere?

Per affrontare la questione parto dalla nascita fisica, che è l’ultimo atto di un processo di crescita che nell’uomo come sappiamo dura all’incirca nove mesi.

In seguito alla fecondazione di un ovulo materno inizia una “febbrile” attività cellulare che porta allo sviluppo di un feto che trova spazio, protezione e nutrimento nel ventre materno. Arriva però il momento in cui non ci sta più dentro! A questo punto gli sforzi sono istintivamente orientati all’uscita da quello straordinario ambiente che finora è stata una preziosa fonte di sicurezza: per quanto piacevole (tanto che in qualche modo ogni uomo porta con sé, impresse nelle più recondite pieghe del suo cervello, una sorta di nostalgia dell’utero) esso non è più adatto alle nuove esigenze di crescita dell’essere umano. Il feto non sa che cosa ci sia “dall’altra parte” ma qualcosa lo spinge ad andare via, a cercare un varco, una via d’uscita, un modo per “abbandonare la nave”, è veramente una questione di vita o di morte.

Il passaggio finale è veramente traumatico, come passare da una vasca da bagno all’oceano, ma qui c’è Vita, nuovi, infiniti, inimmaginabili spazi d’azione!

Ebbene, credo che tale descrizione non sia solo una metafora, ma possa darci preziose informazioni sul processo che porta alla nascita psicologica.

La crescita umana è caratterizzata da “salti” evolutivi seguiti da periodi in cui si consolidano le nuove abilità acquisite e si prende dimestichezza con le mutate condizioni interne ed esterne. Spinti dal desiderio di star bene, ovvero orientati secondo il freudiano “principio di piacere”, tendiamo continuamente verso il “nuovo”, verso qualcos’altro che non è ben chiaro ma che cogliamo che risponde meglio alle nostre esigenze di crescita e di benessere. Dunque alterniamo momenti di pace a momenti di irrequietezza che ci permettono di oltrepassare la soglia che porta a mondi nuovi e di godere poi del nuovo equilibrio raggiunto.

Nascere allora significa saper ascoltare i segnali interni, i propri bisogni e attivarsi per soddisfarli, cogliere che “altrove” c’è qualcosa di buono, qualcosa di meglio, che c’è una via d’uscita dalle condizioni attuali, se non ci corrispondono più, diventare consapevoli che il cambiamento non solo è possibile, come risposta ad un desiderio, ma è necessario perché parte dalla necessità di rispondere ai propri bisogni, da un potente istinto di vita: il tentativo di contrastarne o arrestarne il flusso dinamico è mortifero, fonte di malessere psicologico.

Facendo un passo in più, la nascita presuppone un’origine, il fatto di essere stati generati e il distacco dalla nostra fonte di vita. Psicologicamente parlando, significa essere coscienti dei propri genitori e saperne prendere le distanze a favore di una sempre maggiore autodeterminazione.

In tal senso sempre Erich Fromm nel libro L’arte d’amare afferma che “la persona matura è arrivata al punto in cui è la madre e il padre di se stessa”, “si è liberata dalle figure esteriori del padre e della madre e li ha ricreati in se stessa” incorporando ed integrando le loro modalità caratteristiche di esprimere amore. Il principio materno ama in modo incondizionato (“ti amerò sempre e comunque, così come sei, a prescindere da ciò che fai”), il principio paterno è indissolubilmente legato ad un giudizio di valore (“ti amo e apprezzo se…”).

Riuscire ad integrare in sé questi stili relazionali significa raggiungere la capacità di dare cura e affetto a sé e agli altri, accettando e tollerando i limiti, pur sapendo discriminare ciò che “ va bene” e ciò che “potrebbe andare meglio”, riconoscere gli atteggiamenti, le parole, le azioni “positive”, costruttive e quelle che creano disordine e difficoltà interiori e tra le persone.

Nascere, da questo punto di vista, significa allora maturare la consapevolezza di sé come persone degne d’amore, riconoscere le proprie risorse, capacità, abilità, tentare di superare i propri limiti e, se non è possibile, saperli accettare. Significa anche cogliere che anche le altre persone che abitano il mondo condividono lo stesso desiderio di amore e felicità, possiedono anch’esse le più diverse abilità e competenze, vivono difficoltà simili e sono alle prese con il tentativo di superarle e di realizzare le proprie più profonde aspirazioni.

Non è una cosa facile, né immediata, più che un punto di partenza è un obiettivo da raggiungere, o una prospettiva, un utile orizzonte di riferimento.

Non è neppure una meta concreta, che una volta raggiunta possiamo dare per scontata. È semmai un’attitudine da riconfermare, far crescere, maturare e consolidare continuamente, con attenzione e premura,  giorno dopo giorno, osservando il cammino percorso, ovvero chi siamo stati e a che punto siamo, e mantenendo la rotta verso il nostro orizzonte, ovvero chi vogliamo essere e dove vogliamo andare 

Tutta colpa della memoria

Tutta colpa della memoria

Spunti di riflessione nel Giorno della Memoria

Cervello

Sì! “Tutta colpa della memoria”, penso quando vedo le persone arrovellarsi sul proprio passato, pensare e ripensare ai torti subiti, alle esperienze negative, ai brutti ricordi. Spesso dico loro che è come continuare a riaprire una ferita che sta rimarginando, farla tornare a sanguinare, tornare a provare più e più volte lo stesso dolore iniziale, tornare a sentire le stesse parole, le stesse frasi, come in un vecchio vinile graffiato, che impedisce alla puntina di andare avanti, continua a “saltare” tornando indietro.

Perché non ci rendiamo conto dell’assurdità di tutto questo?! Perché non lasciamo al passato i dolori del passato e proviamo a vedere le nuove scene che ci riserva il futuro?

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E’ la fine!

È la fine!

Ogni fine di qualcosa è l’inizio di qualcos’altro, cui possiamo dare un’impronta con le nostre scelte.

Maya

Sì! Questa volta è veramente la fine, ma dell’anno!…

Termina il fatidico 2012, di cui si parla da tempo, da millenni!
Solo 10 giorni fa, il 21 dicembre, avrebbe dovuto terminare il conto alla rovescia, dopo di che?…
Almeno non è giunta la fine dei tempi, come i più radicali continuavano a predicare nonostante tutte le smentite e le dichiarazioni tranquillizzanti da parte di esperti delle più diverse discipline. Con il tormentone della “fine del mondo” siamo riusciti a scomodare persino gli attuali Maya, discendenti della grande civiltà precolombiana responsabile di questa presunta “profezia”, legata al fatto che il calendario da loro elaborato si interrompe improvvisamente, proprio il 21.12.2012.
Oggi noi siamo nella stessa condizione: termina il nostro calendario, stasera festeggiamo attendendo tra baldoria e bagordi il passaggio della mezzanotte e domani appenderemo al chiodo un nuovo calendario.
Anche i Maya hanno festeggiato 10 giorni fa; certo, per loro l’evento è del tutto straordinario, visto il ciclo plurimillenario del loro calendario: non capita proprio a tutti poter esserci!…
Qualcosa di simile è successo a noi nel passaggio del millennio, o ai nostri antenati del 999, molti dei quali davvero terrorizzati del primo passaggio millenario dalla nascita di Cristo, ovvero dall’adozione del nostro calendario!
Cambiano i tempi, le condizioni, ma resta la nostra fragilità di fronte all’ignoto, ci facciamo piccoli e timorosi non appena qualche circostanza accende una sorta di atavica irrazionalità: l’ignoto può nascondere pericoli! Insomma la paura del buio ce l’abbiamo ancora dentro, da qualche parte del nostro cervello che ha registrato ogni istante della nostra vita, comprese le esperienze paurose che abbiamo attraversato da piccoli.

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Rinascere in Primavera

Rinascere in Primavera

Stare bene seguendo i ritmi della natura

Fiori con farfalla

Ogni anno in un certo senso succedono sempre le stesse cose, secondo ritmi noti e un andamento atteso.

Mese dopo mese, stagione dopo stagione, sappiamo cosa accadrà, ce lo aspettiamo, tanto che rimaniamo stupiti se qualcosa non va come dovrebbe andare, come è sempre andato, come ci hanno insegnato i nostri genitori, i nonni, i maestri, i saggi.
Anno dopo anno abbiamo constatato che i loro insegnamenti sono corretti. D’inverno fa freddo e scende la neve, d’estate fa caldo e ci sono le zanzare… Siamo pronti a tramandare anche noi la sapienza acquisita.
Sappiamo riconoscere una serie di segni e sappiamo trarne precise indicazioni su ciò che sta succedendo, sui cambiamenti in atto.
Oggi per esempio inizia ufficialmente la primavera, ma non c’era bisogno del calendario per accorgersene. La temperatura sta salendo, fa buio più tardi, il paesaggio cambia aspetto, la terra si ricopre di erbetta e di fiorellini, le gemme sugli alberi esplodono di fiori colorati, i vialetti e le balconate delle case si riempiono di piante rigogliose, gli uccellini tornano a cinguettare, i gatti miagolano impazziti, in preda a tempeste ormonali, i cani al guinzaglio strattonano i loro accompagnatori ogni volta che incrociano altri esemplari simili, tentando impossibili avvicinamenti nonostante il guinzaglio al collo li faccia soffocare…

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Stare bene in 5 minuti

Stare bene in 5 minuti

Descrizione di una semplice tecnica per recuperare benessere ed energia

sveglia

Nella nostra epoca sempre più veloce non c’è molto spazio per la lentezza. Indaffarati e di fretta, siamo orientati verso la meta senza riuscire a cogliere i dettagli del paesaggio che ci corre davanti agli occhi. Ogni luogo della terra è ormai facilmente raggiungibile, grazie a mezzi di trasporto sempre più alla portata e alla possibilità di compiere viaggi virtuali attraverso la rete. Anche mangiare non può essere un impedimento per chi desidera correre, così è stato inventato il fast food, un veloce rifocillarsi, cui si sono contrapposti i filosofi dello slow food, che invitano a recuperare un rapporto con il tempo più a misura d’uomo almeno a tavola, insieme a quanti fanno un elogio della lentezza per tentare di recuperarla.

L’uomo moderno desidera ottenere il più possibile in tempi ristretti e con facilità, secondo il famoso slogan “tutto e subito”, anche laddove occorrerebbe impegno, costanza e pazienza, virtù che molti uomini di oggi hanno lasciato ai loro nonni.
Secondo questo modo di vivere, anche per stare bene non ci si può permettere il lusso di perdere troppo tempo!…

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