La relazione mente-corpo

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Il mio corpo è più del mio corpo.

Io non ho un corpo,

io sono il mio corpo. (E. Mounier)

Angelica Brasacchio, psicologa, neuropsicologa, well-being advisor

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Credo che i versi di questa poesia racchiudano e sintetizzino perfettamente il senso dell’articolo che segue.

Qualora si avesse poco tempo a disposizione la lettura potrebbe fermarsi a questi versi e sarei certa di aver trasferito il motivo per cui parlare della mente e del corpo come due entità separate sia ormai obsoleto.

Anche l’OMS (Organizzane Mondiale della Salute) di fronte a questa realtà ha dovuto ridefinire il concetto di Salute qualificandolo come “uno stato di completo benessere fisico, spirituale e sociale”, rendendo superata la vecchia idea di salute quale semplice “assenza di sintomi patologici”.

IL momento che sta vivendo la ricerca biomedica a livello mondiale è decisamente un momento felice.

I vecchi muri che avevano separato discipline, creando gerarchie e ghettizzazioni, stanno crollando. Dobbiamo abbandonare quello sguardo dell’anatomista che da secoli taglia e separa l’organismo in compartimenti, edificando discipline scientifiche e pratiche cliniche non comunicanti tra loro.” (C. Franceschini, immunologo e F.Bersani, fisico).”

Cosa significa?

C’è in atto una rivoluzione, “Si sono identificati i collegamenti tra cervello, sistema endocrino e sistema immunitario.”

…e cosa vuol dire?

Questo vuol dire che le relazioni tra mente e corpo hanno abbandonato il terreno della congettura, del puro psicologismo. Vale la pena, a questo punto, spendere qualche parola sulla scoperta che ci ha portato a sapere che anche la pancia ha il suo cervello!

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La rete nervosa battezzata “sistema nervoso enterico”, “cervello enterico” o, anche “secondo cervello” si presenta come un complesso organo che si confronta continuamente innanzi tutto con l’esterno (il cibo), ma anche con l’interno (il cervello, le sue emozioni, i suoi disturbi, le sue malattie).

Moltissimi studi, ormai, sono in grado di rappresentare scientificamente il rapporto tra emozioni, salute e malattie. In pratica è scientificamente assodato che siamo un impasto di emozioni e coscienza. Nel bene e nel male.

Ad oggi, il medico che ha un approccio completo, vede la persona non più “a pezzi” ma come una rete in momentaneo disequilibrio.

Sa che la rete umana può essere influenzata non solo dai farmaci, bensì anche dall’alimentazione, dall’attività fisica, dalle tecniche psicologiche, dalle tecniche di controllo dello stress, da vari strumenti terapeutici antichi e meno antichi. Oggi possiamo affermare che il “salto” dallo psichico al somatico non è più un salto mortale scientifico.

Le vie di comunicazione, a doppio senso, tra il cervello e il resto del corpo sono state ben identificate e con esse il linguaggio, le parole e le frasi che ne permettono la comunicazione.

Febbre e malessere da stress credo siano un fenomeno che molti di noi abbiamo sperimentato e constatato.

…perché accade questo?

Cervello e immunità hanno una via di connessione forte costituita da fibre nervose che attraversano il nostro organismo modificandolo.

Non si contano più le volte che sentiamo parlare di stress, di come gestirlo e degli effetti che a lungo andare può provocare.

È così, in corso di stress la risposta immunitaria può essere fortemente esaltata, e la febbre può essere uno dei sintomi che ci troviamo ad esperire.

Attenzione, quello che forse non sappiamo è che lo stress cronico sull’immunità agisce come una droga: narcotizza le difese!

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Alla luce di tutto ciò è importante accettare le sfide della modernità e recuperare l’esame della complessità delle relazioni interne dell’organismo umano, che sono plasmate dalle relazioni che esso intrattiene con l’ambiente fisico e sociale.

Il cervello e l’attività mentale sono fortemente condizionati dall’assetto dell’organismo nel suo insieme.

È ormai sempre più chiaro che fattori dietetici e stile di vita hanno influenze significative nell’arco di vita di una persona.

Influenzano l’attività mentale e, in generale, l’attività regolatoria del cervello. …cosa fare? Bisogna modulare il network umano.

…come?

Usando vie d’ingresso non solo farmacologiche bensì porre attenzione alla possibilità e agli effetti di tecniche antistress e meditative, tecniche per la mente, terapie naturali, agire sull’ambiente fisico e sociale, soffermarsi sull’alimentazione e sugli effetti che produce, e sull’attività fisica.

E voi quante e quali di queste tecniche utilizzate?

Quali sono quelle che vi incuriosiscono e che vi andrebbe di provare se solo ci fosse qualcuno che ve li spieghi meglio e più precisamente?

Per qualsiasi commento o informazione a riguardo scrivetemi all’indirizzo:

angelica.brasacchio@gmail.com

Bibliografia:
R.Ader, N.Cohen, D.Felten Psychoimmunology, III ed., Academic Press,2001
I.Berczi, A.Szentivanyi New foundation of Biology, Elsevier, Amsterdam
F.S.Dhabhar,B.S. McEwen, Bidirectional effects of stress and glucocorticoid hormones on immune function: possible explanation for paradoxical observation, in R.Adar,D Felten Psychoimmunology, III ed., Academic Press, San Diego,2001, vol 1
F.Bottaccioli,Psiconeuroendocrinoimmunologia, III ed

Tossico-Dipendenza: comprendere per sfatare i tabù

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Tossico-Dipendenza: comprendere per sfatare i tabù

 

Il tema della tossicodipendenza porta con sé numerose emozioni negative: vergogna, colpa, sconforto, rabbia. È spesso un argomento tabù che si tende ad evitare, così come si evitano le persone che fanno uso di droghe perché viste come sgradevoli, non lucide, imprevedibili. Molti sono i programmi di prevenzione messi in atto dalle scuole negli ultimi anni, ma non tutti hanno avuto l’occasione di poterne fruire e spesso restano domande irrisolte su come funzionino le droghe, perché certe persone sviluppino una dipendenza e altre no, insomma cosa c’è dietro questo mondo spesso volutamente nascosto.

Come fare, quindi, quando il tema delle sostanze entra nelle nostre vite? Quando un nostro caro si affaccia all’utilizzo di droghe, o quando ci accorgiamo che quel nostro amico sta esagerando con quel “goccio” di alcol troppo frequente?

Un aspetto fondamentale è comprendere il significato di queste due parole: “TOSSICO”“DIPENDENZA”.

La prima è piuttosto intuitiva: “tossico” fa riferimento alle sostanze psicoattive, ovvero a tutte quelle molecole che, entrando in contatto con il nostro organismo, ne alterano l’equilibrio psicofisico. Ricordo che quando ho iniziato ad affacciarmi all’argomento sono rimasta stupita dal grande numero di sostanze che hanno questo potere. Alcune sono ovvie: l’eroina, la cocaina, le droghe sintetiche, la cannabis, gli psicofarmaci. Anche l’alcol, nonostante sia socialmente accettabile, causa danni devastanti a fronte di un uso continuativo. Ma la caffeina e il tabacco? Chi ci pensava? Eppure esiste l’intossicazione, l’abuso e l’astinenza anche per queste due sostanze!

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Quindi chiunque di noi beva caffè o fumi sigarette è un tossicodipendente? L’adolescente che prova a fumare una canna con gli amici è un tossicodipendente? Se bevo due aperitivi al bar sono un alcolista?

Per rispondere a queste domande, e quindi comprendere come si sviluppa una patologia, entra in gioco la seconda parola, ovvero il concetto di “dipendenza”; molti stimoli piacevoli possono portare a sviluppare una dipendenza. I media giocano molto su questi concetti: “shopping addicted”, “chocolate addicted”, “social addicted”, sono solo alcuni degli esempi di “addiction” (dipendenza) che vengono presi alla leggera perché socialmente accettabili, leggeri, quasi simpatici.

La dipendenza si sviluppa quando una certa sostanza o un certo comportamento diventano il centro della vita della persona. Quando l’uso è quotidiano, i tentativi di smettere falliscono, gran parte della giornata è impiegata a procurarsi quell’oggetto del desiderio, si perde il controllo sulle quantità di utilizzo. Questo porta quindi a un deterioramento della gestione della quotidianità: si perdono gli amici, si litiga con la famiglia, peggiora la situazione lavorativa.

Esistono anche le dipendenze comportamentali, a volte meno conosciute ma altrettanto pericolose: da shopping, da internet e tecnologia, da sesso, da gioco d’azzardo, da cibo.

Cosa hanno in comune questi oggetti di dipendenza? Sono tutti piacevoli e danno una gratificazione immediata. Creano una risposta nel cervello che sviluppa un senso di apprendimento:

“Faccio quella cosa perché è piacevole – mi capita una giornata in cui sono giù di morale – rifaccio quella cosa piacevole – il mio cervello impara come spegnere rapidamente la tristezza”.

La dipendenza si sviluppa, quindi, quando alla base c’è un terreno “fertile”, delle fragilità, delle emozioni negative o dei disagi irrisolti, che trovano nella sostanza o nel comportamento dipendente la “soluzione temporanea” al proprio malessere.

Proprio per questo è importante parlarne, capire, esplorare a fondo cosa ci dicono le nostre sensazioni ed emozioni. Conoscere meglio il nostro mondo interiore ci permette di entrarne in contatto, di trovare parole per esprimerlo, di sapere come gestire i momenti di fragilità o sconforto. In questo modo si migliora la consapevolezza di come funzioniamo nel mondo e di come possiamo stare bene nella quotidianità.

Capendo che nel disagio non si è soli, senza vergogna e senza tabù.

Parliamone insieme! Se ti interessa saperne di più sul tema, se conosci qualcuno che ha bisogno di aiuto o se semplicemente sei incuriosito dagli argomenti trattati, lasciaci un commento o contattaci. Saremo contenti di poter approfondire questo argomento.

La separazione dei genitori

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   La separazione dei genitori

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Come vivono i figli la separazione dei genitori?

Quali comportamenti possono mettere in atto?

Cosa è importante fare o non fare durante questo periodo?

Scopriamolo insieme!

Quando si ha a che fare con la separazione della coppia genitoriale si può osservare una costante comune: un addio accompagnato da sentimenti di dolore e incertezza che si manifestano con modalità ed intensità differenti in ogni nucleo familiare.

Qualsiasi motivo abbia portato i due coniugi a fare questa scelta, indipendentemente da cosa gli riserverà il futuro, il desiderio principale resta, nella maggioranza dei casi, che i figli continuino a stare bene, nonostante la rivoluzione a cui tutta la famiglia sta andando incontro.

I figli reagiscono in maniera molto diversa alla separazione dei genitori. Età, carattere, esperienze vissute, relazioni costruite, solo alcuni delle variabili in gioco. Indubbiamente però tutti ne soffrono (anche se i più grandi possono riuscire a mascherare questo dolore), poiché intuiscono che l’ambiente familiare in cui vivevano prima non esisterà più.

Può accadere che durante le prime fasi della separazione compaiano, soprattutto nei bambini dai tre anni in su, comportamenti regressivi (ovvero tipici di età precedenti) quali ad esempio l’enuresi notturna, la paura di dormire da soli, risvegli notturni frequenti, capricci apparentemente immotivati, rabbia verso uno o entrambi i genitori, rifiuto di studiare o fare i compiti e così via.

Nei ragazzi più grandi possono invece manifestarsi atteggiamenti di chiusura o di ribellione/provocazione. Tipico è il tentativo negli adolescenti di fare ciò che prima non era concesso.

Tutte queste espressioni di disagio emotivo non vanno confuse con disturbi veri e propri. Il malessere vissuto dai figli rappresenta una prima reazione al cambiamento e al turbamento innescati dalla notizia della separazione, che tendenzialmente si risolverà da sé.

Anche i genitori, allo stesso tempo, possono sentirsi vulnerabili, insicuri, tristi e sofferenti al momento della separazione. Talvolta si sentono arrabbiati, perché incapaci di gestire questa nuova situazione. Non sono da sottovalutare neppure i sensi di colpa che li attanagliano, perché sanno che i loro figli stanno vivendo una situazione di forte stress di cui si sentono responsabili.

Il primo aspetto di cui tener conto, in questo periodo di cambiamenti, è innanzitutto la responsabilità che mamma e papà hanno nei confronti della prole. E’ fondamentale proteggere i figli dal conflitto e dalle sue conseguenze ma anche dimostrare che sia possibile una separazione senza ostilità, trovando una soluzione conciliante, che eviti di far divenire i figli fonte di ripicche, preservandola così dal vivere un ulteriore situazione di malessere.

…nonostante la separazione,

si rimane una coppia di genitori per tutta la vita!

Molte coppie continueranno a chiedersi se la decisione presa è stata davvero quella giusta, soprattutto nel momento in cui alcuni problemi educativi inizieranno a sorgere. Durante tutto l’arco di crescita è normale che i figli incontrino tali difficoltà che, nella realtà, rappresentano un‘occasione di crescita molto importante. In queste sfide il genitore ha l’oneroso compito di sostenere i propri figli, confrontarsi con loro, ascoltarli e supportarli.

Il dialogo resta sempre il più potente strumento educativo di cui mamma e papà dispongono, a qualsiasi età.

E’ importante sottolineare inoltre, che nonostante sia comune per il genitore in fase di separazione o divorzio sperimentare una certa quota di tristezza, ciò non significa che questa infelicità durerà per tutta la vita.

La maggior parte dei figli, inoltre, non si troverà negli anni successivi in una condizione di svantaggio rispetto a colori i cui genitori non sono separati, per ciò che concerne, ad esempio, le capacità relazionali, il successo a scuola o nel mondo lavorativo.

Tuttavia, perché tutto questo sia possibile, è necessario puntare su alcuni fattori di protezione, tra cui:

  1. Essere genitori prevedibili. E’ fondamentale annunciare la separazione solo quando si può dire esattamente al figlio cosa accadrà, dandogli così dei punti fermi: quando vedrà il papà e la mamma, per esempio, o dove andrà a vivere il genitore che lascerà la casa.
  2. Entrambi i genitori dovrebbero essere presenti durante la comunicazione della separazione, per rimarcare la continuità della coppia genitoriale, unita nell’affrontare il momento critico;
  3. Prestare particolare attenzione alle parole da utilizzare per spiegare che cosa sta succedendo, in relazione all’età e caratteristiche della prole;
  4. Mantenere un ruolo educativo coerente e responsabile, che punti sul dialogo, il supporto, l’ascolto ma che non dimentichi l’importanza di limiti e regole;
  5. Rimanere delle figure affidabili e stabili, sulla cui cura e protezione i figli possano sempre contare, qualsiasi cosa accada;
  6. Esprimere le proprie idee evitando litigi accesi e offese verso l’ex coniuge di fronte alla prole;
  7. Non considerare i figli come confidenti, poiché questo li investe di una responsabilità eccessiva e rischia di confondere i ruoli;
  8. Puntare sull’autostima positiva dei propri figli, trasmettendo messaggi di amore e apprezzamento rispetto a ciò che fanno, anche se all’inizio i risultati scolastici, ad esempio, potranno risentirne;
  9. Aiutarli a comprendere che non sono colpevoli in alcun modo per questa situazione;
  10. Imparare, con gradualità, a gestire i sensi di colpa poiché con l’andare del tempo questi potrebbero alimentare paure che andrebbero in qualche modo a riflettersi sui figli;
  11. Ricorrere ad un supporto professionale nel caso di dubbi o difficoltà a gestire la situazione.

Questi sono solo alcuni dei consigli che possono aiutare a superare questo doloroso momento familiare.

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Da quanto emerso, tuttavia, è importante ribadire come separarsi “bene” risulti un fattore estremamente protettivo per i figli, mentre la conflittualità familiare (sia che i genitori restino insieme sia che si separino) rimanga un fattore fortemente dannoso per il loro equilibrio emotivo.

Le situazioni più complesse, ovvero quelle nelle quali la separazione rimane più difficile e la conflittualità tra i genitori alta e duratura, sono quelle ancora più bisognose di un aiuto professionale precoce, che in affiancamento della rete parentale contribuisce a contenere i danni sul sistema emotivo dei figli e sul loro sviluppo in generale.

Attraverso la Pedagogia è possibile creare un percorso personalizzato che supporti i genitori. L’obiettivo è quello di trovare insieme gli strumenti e le risorse personali per rendere meno dolorosa questa fase transitoria della vita.

Per qualsiasi informazione contattaci o lascia un commento, saremo lieti di leggerlo!

Dott.ssa Federica Boscolo

Pedagogista

Liberi da ansia e stress

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Liberi da ansia e stress

In questo articolo desidero descrivere i sintomi che caratterizzano ansia e stress, che costituiscono un sordo fastidio o un vero e proprio problema per molte persone, e individuare alcuni modi per affrontarli e superarli.

Innanzi tutto occorre dire che tali sintomi sono del tutto normali, anzi segnali preziosi, funzionali alla sopravvivenza dell’uomo. Il problema si pone quando essi si manifestano con eccessiva intensità rispetto alla effettiva pericolosità delle circostanze di vita o addirittura in mancanza di stimoli reali, generati da una serie di pensieri e preoccupazioni.

Iniziamo a parlare dello stress, che è in sostanza un eccessivo affaticamento psicofisico da iperattività non adeguatamente compensata da riposo.

Di solito si tende a dare una connotazione negativa al termine “stress”, ma in realtà esiste anche uno stress positivo (detto eustress) che è generato da stimoli percepiti come piacevoli. In tal caso la persona si sente stanca e affaticata, ma trae soddisfazione da ciò che fa e dai risultati che ottiene. Dunque di fatto lo stress positivo non viene vissuto come un problema.

Nel caso invece dello stress negativo (distress), il malessere è accompagnato da pensieri ed emozioni spiacevoli che aggravano ulteriormente la sintomatologia. Per esempio una persona potrebbe nutrire un sentimento di rabbia verso il datore di lavoro che la obbliga a turni di lavoro insostenibili, magari sottopagati, pensando nel contempo di non essere capace di farsi rispettare, o di non poter fare richieste per il rischio di licenziamento. Dunque in tal caso essa vive un serio problema, legato alla percezione e al timore di non poterne uscire.

I sintomi tipici della persona “stressata” sono tensione, nervosismo, frenesia, agitazione, irritabilità, fino ad arrivare a manifestazioni ansiose.

L’ansia è un fenomeno fondamentalmente legato alla paura di non riuscire ad affrontare una situazione, ma di fatto indica proprio l’estremo tentativo di provarci, attivando l’ancestrale e istintivo meccanismo “attacco-fuga”, ovvero “affronta ed elimina il problema o scappa e cerca di metterti in salvo”. Il respiro corto e affannato, il battito del cuore accelerato, la sudorazione, i muscoli tesi e gli occhi sbarrati, indicano proprio che tale meccanismo si è azionato mettendo fuori gioco le modalità più razionali di affrontare i problemi: in certi momenti non c’è tempo di pensare!

Questa nostra preziosissima funzionalità diventa un problema quando non vi sono motivi particolari per allarmarsi e dal timore di non essere in grado di affrontare determinate difficoltà che si presenteranno si inizia a preoccuparsi per circostanze che potrebbero verificarsi, o persino per normali situazioni della quotidianità.

Possono essere dunque motivi d’ansia un esame all’Università, un colloquio di lavoro, dover parlare in pubblico, una coda in Autostrada, il ritardo del treno, contrattempi, rumori improvvisi, dover terminare un lavoro entro un certo tempo, uscire con gli amici, la possibilità di ammalarsi o di subire incidenti o di perdere i propri cari, ecc.

L’elenco di fattori ansiogeni può essere molto lungo, in quanto dipende da una paura di fondo che tende ad estendersi sempre di più, coinvolgendo vari aspetti e ambiti della vita e invitando la persona che ne soffre a non esporsi e a ritirarsi socialmente evitando tutto ciò che potrebbe farla star male. Evidentemente è un tentativo destinato al fallimento, perché la paura non abbandona mai chi cerca di liberarsene con tentativi di evitamento: anche in una situazione apparentemente tranquilla, protetta, una intima sensazione di pericolo incombe continuamente, generando una inquietudine che segue dovunque la persona, che alla fine non riesce neppure più a riconoscerne l’origine…

 

Vediamo allora che cosa è possibile fare per liberarsi veramente dall’ansia e dallo stress.

 

  1. Concedersi il giusto riposo

Il nostro corpo e la nostra mente hanno bisogno di “ricaricarsi”, la costante mancanza di riposo è fonte di malessere, se non di danni veri e propri a carico di vari organi.

Se ci riposiamo e dormiamo le ore necessarie per rigenerare le energie spese durante la veglia ci sentiamo meglio ed evitiamo il rischio che il nostro organismo ceda e ci obblighi comunque a fermarci…

 

  1. Dedicare del tempo ad attività fisiche

Le cellule del nostro corpo hanno bisogno di nutrirsi di ossigeno e di sostanze nutritive e di liberarsi di scorie, elementi di scarto, tossine. Il moto fisico permette di creare dinamicità in questo ciclo, facendo scorrere meglio tutte le sostanze all’interno del corpo, ci fa “sfogare”, ci fa concentrare in attività concrete e ci distrae da pensieri fissi e ricorrenti restituendoci una sensazione di benessere.

Dunque se vogliamo stare bene diamo attenzione alle esigenze di movimento del corpo, facendo sport o dedicandoci a qualche attività creativa o artistica.

 

  1. Mantenere o recuperare la calma

Le reazioni istintive sono funzionali nelle situazioni di emergenza, che però sono rare nella quotidianità. Mantenere corpo e mente in costante all’erta, pronti ad affrontare possibili pericoli, è inutile e dannoso. Molto più funzionali si rivelano le facoltà superiori, che permettono di valutare le situazioni che si presentano, di individuare le possibili soluzioni, di prendere decisioni e fare scelte. Per garantire il buon funzionamento di tali facoltà occorre calma, che inoltre ci restituisce una sensazione di benessere generale. Le varie tecniche di rilassamento permettono di mantenere e consolidare lo stato di calma o di recuperarla intenzionalmente quando è venuta meno.

 

  1. Immaginare una realtà positiva

Tutti desideriamo che le cose vadano bene, eppure spesso ci figuriamo una realtà triste, ci aspettiamo che le cose andranno male, che falliremo o avremo scarse possibilità di riuscita in circostanze specifiche o in generale nella vita futura. Questa visione evidentemente non è piacevole, è fonte di malessere e non ci predispone positivamente nell’affrontare le varie situazioni che si presenteranno nel futuro.

Occorre dunque invertire questo meccanismo perverso, tornando ad immaginare una realtà in cui staremo bene, sereni, a nostro agio, realizzati. Tali condizioni si presenteranno realmente non per magia, ma perché se ci aspettiamo e vediamo un orizzonte positivo siamo più propensi a metterci in moto per raggiungerlo.

 

  1. Utilizzare frasi positive

Anche le frasi con cui accompagniamo le immagini sono fondamentali nel determinare il risultato finale. Se diciamo frasi come “non ce la posso fare”, “anche oggi è finita male, come al solito”, “non me ne va bene una”, “la vita è una valle di lacrime” e simili non facciamo che confermare sempre di più la nostra incapacità di far fronte alle situazioni, di essere piccoli e indifesi di fronte a una realtà complicata e faticosa, generando un clima di tristezza e sconforto che non favorisce un buon andamento delle nostre giornate. Così, secondo il meccanismo della “profezia che si auto-avvera”, probabilmente vivremo esperienze negative che confermeranno il nostro modo di pensare.

Anche in questo caso occorre cambiare il nostro modo di parlare, che riflette in sostanza i nostri pensieri, ma che può anche modificarli. Provare a dire e ripetere con convinzione sempre maggiore “sono calmo e rilassato”, “mi sento in forma”, “se mi impegno posso farcela”, “sono più forte dei miei problemi” e simili, permette di iniziare a percepire una luce nel grigiore diffuso e pervasivo.

 

  1. Chiedere aiuto

Non è indispensabile, ognuno ha in sé le risorse necessarie per perseguire obiettivi, affrontare le difficoltà che può incontrare, ottenere i migliori risultati e godere di ciò che raggiunge.

Se però ci si accorge che qualcosa non va come dovrebbe è meglio farsi aiutare, in modo da recuperare velocemente forza ed entusiasmo anziché nutrirsi di senso di impotenza, rassegnazione, fallimenti, malessere, che sono in sostanza una inutile perdita di tempo: possiamo passarlo in modo di gran lunga migliore, aiutandoci e supportandoci a vicenda!

 

Ti sembrano strategie utili? Tu ne hai individuata qualcun’altra?

Nascere per necessità

Nascere per necessità

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Secondo lo psicanalista Erich Fromm “il problema che la specie umana, come ciascun individuo, deve risolvere è quello di nascere. La nascita fisica, se pensiamo all’individuo, non è per nulla quell’atto decisivo e singolare che potrebbe apparire. … Il parto è dunque soltanto l’inizio di una nascita in senso più lato. Tutta la vita di un individuo non è altro che il processo di far nascere se stesso.”

Ma allora che cosa significa veramente nascere?

Per affrontare la questione parto dalla nascita fisica, che è l’ultimo atto di un processo di crescita che nell’uomo come sappiamo dura all’incirca nove mesi.

In seguito alla fecondazione di un ovulo materno inizia una “febbrile” attività cellulare che porta allo sviluppo di un feto che trova spazio, protezione e nutrimento nel ventre materno. Arriva però il momento in cui non ci sta più dentro! A questo punto gli sforzi sono istintivamente orientati all’uscita da quello straordinario ambiente che finora è stata una preziosa fonte di sicurezza: per quanto piacevole (tanto che in qualche modo ogni uomo porta con sé, impresse nelle più recondite pieghe del suo cervello, una sorta di nostalgia dell’utero) esso non è più adatto alle nuove esigenze di crescita dell’essere umano. Il feto non sa che cosa ci sia “dall’altra parte” ma qualcosa lo spinge ad andare via, a cercare un varco, una via d’uscita, un modo per “abbandonare la nave”, è veramente una questione di vita o di morte.

Il passaggio finale è veramente traumatico, come passare da una vasca da bagno all’oceano, ma qui c’è Vita, nuovi, infiniti, inimmaginabili spazi d’azione!

Ebbene, credo che tale descrizione non sia solo una metafora, ma possa darci preziose informazioni sul processo che porta alla nascita psicologica.

La crescita umana è caratterizzata da “salti” evolutivi seguiti da periodi in cui si consolidano le nuove abilità acquisite e si prende dimestichezza con le mutate condizioni interne ed esterne. Spinti dal desiderio di star bene, ovvero orientati secondo il freudiano “principio di piacere”, tendiamo continuamente verso il “nuovo”, verso qualcos’altro che non è ben chiaro ma che cogliamo che risponde meglio alle nostre esigenze di crescita e di benessere. Dunque alterniamo momenti di pace a momenti di irrequietezza che ci permettono di oltrepassare la soglia che porta a mondi nuovi e di godere poi del nuovo equilibrio raggiunto.

Nascere allora significa saper ascoltare i segnali interni, i propri bisogni e attivarsi per soddisfarli, cogliere che “altrove” c’è qualcosa di buono, qualcosa di meglio, che c’è una via d’uscita dalle condizioni attuali, se non ci corrispondono più, diventare consapevoli che il cambiamento non solo è possibile, come risposta ad un desiderio, ma è necessario perché parte dalla necessità di rispondere ai propri bisogni, da un potente istinto di vita: il tentativo di contrastarne o arrestarne il flusso dinamico è mortifero, fonte di malessere psicologico.

Facendo un passo in più, la nascita presuppone un’origine, il fatto di essere stati generati e il distacco dalla nostra fonte di vita. Psicologicamente parlando, significa essere coscienti dei propri genitori e saperne prendere le distanze a favore di una sempre maggiore autodeterminazione.

In tal senso sempre Erich Fromm nel libro L’arte d’amare afferma che “la persona matura è arrivata al punto in cui è la madre e il padre di se stessa”, “si è liberata dalle figure esteriori del padre e della madre e li ha ricreati in se stessa” incorporando ed integrando le loro modalità caratteristiche di esprimere amore. Il principio materno ama in modo incondizionato (“ti amerò sempre e comunque, così come sei, a prescindere da ciò che fai”), il principio paterno è indissolubilmente legato ad un giudizio di valore (“ti amo e apprezzo se…”).

Riuscire ad integrare in sé questi stili relazionali significa raggiungere la capacità di dare cura e affetto a sé e agli altri, accettando e tollerando i limiti, pur sapendo discriminare ciò che “ va bene” e ciò che “potrebbe andare meglio”, riconoscere gli atteggiamenti, le parole, le azioni “positive”, costruttive e quelle che creano disordine e difficoltà interiori e tra le persone.

Nascere, da questo punto di vista, significa allora maturare la consapevolezza di sé come persone degne d’amore, riconoscere le proprie risorse, capacità, abilità, tentare di superare i propri limiti e, se non è possibile, saperli accettare. Significa anche cogliere che anche le altre persone che abitano il mondo condividono lo stesso desiderio di amore e felicità, possiedono anch’esse le più diverse abilità e competenze, vivono difficoltà simili e sono alle prese con il tentativo di superarle e di realizzare le proprie più profonde aspirazioni.

Non è una cosa facile, né immediata, più che un punto di partenza è un obiettivo da raggiungere, o una prospettiva, un utile orizzonte di riferimento.

Non è neppure una meta concreta, che una volta raggiunta possiamo dare per scontata. È semmai un’attitudine da riconfermare, far crescere, maturare e consolidare continuamente, con attenzione e premura,  giorno dopo giorno, osservando il cammino percorso, ovvero chi siamo stati e a che punto siamo, e mantenendo la rotta verso il nostro orizzonte, ovvero chi vogliamo essere e dove vogliamo andare