Nascere per necessità

Nascere per necessità

orizzonte

Secondo lo psicanalista Erich Fromm “il problema che la specie umana, come ciascun individuo, deve risolvere è quello di nascere. La nascita fisica, se pensiamo all’individuo, non è per nulla quell’atto decisivo e singolare che potrebbe apparire. … Il parto è dunque soltanto l’inizio di una nascita in senso più lato. Tutta la vita di un individuo non è altro che il processo di far nascere se stesso.”

Ma allora che cosa significa veramente nascere?

Per affrontare la questione parto dalla nascita fisica, che è l’ultimo atto di un processo di crescita che nell’uomo come sappiamo dura all’incirca nove mesi.

In seguito alla fecondazione di un ovulo materno inizia una “febbrile” attività cellulare che porta allo sviluppo di un feto che trova spazio, protezione e nutrimento nel ventre materno. Arriva però il momento in cui non ci sta più dentro! A questo punto gli sforzi sono istintivamente orientati all’uscita da quello straordinario ambiente che finora è stata una preziosa fonte di sicurezza: per quanto piacevole (tanto che in qualche modo ogni uomo porta con sé, impresse nelle più recondite pieghe del suo cervello, una sorta di nostalgia dell’utero) esso non è più adatto alle nuove esigenze di crescita dell’essere umano. Il feto non sa che cosa ci sia “dall’altra parte” ma qualcosa lo spinge ad andare via, a cercare un varco, una via d’uscita, un modo per “abbandonare la nave”, è veramente una questione di vita o di morte.

Il passaggio finale è veramente traumatico, come passare da una vasca da bagno all’oceano, ma qui c’è Vita, nuovi, infiniti, inimmaginabili spazi d’azione!

Ebbene, credo che tale descrizione non sia solo una metafora, ma possa darci preziose informazioni sul processo che porta alla nascita psicologica.

La crescita umana è caratterizzata da “salti” evolutivi seguiti da periodi in cui si consolidano le nuove abilità acquisite e si prende dimestichezza con le mutate condizioni interne ed esterne. Spinti dal desiderio di star bene, ovvero orientati secondo il freudiano “principio di piacere”, tendiamo continuamente verso il “nuovo”, verso qualcos’altro che non è ben chiaro ma che cogliamo che risponde meglio alle nostre esigenze di crescita e di benessere. Dunque alterniamo momenti di pace a momenti di irrequietezza che ci permettono di oltrepassare la soglia che porta a mondi nuovi e di godere poi del nuovo equilibrio raggiunto.

Nascere allora significa saper ascoltare i segnali interni, i propri bisogni e attivarsi per soddisfarli, cogliere che “altrove” c’è qualcosa di buono, qualcosa di meglio, che c’è una via d’uscita dalle condizioni attuali, se non ci corrispondono più, diventare consapevoli che il cambiamento non solo è possibile, come risposta ad un desiderio, ma è necessario perché parte dalla necessità di rispondere ai propri bisogni, da un potente istinto di vita: il tentativo di contrastarne o arrestarne il flusso dinamico è mortifero, fonte di malessere psicologico.

Facendo un passo in più, la nascita presuppone un’origine, il fatto di essere stati generati e il distacco dalla nostra fonte di vita. Psicologicamente parlando, significa essere coscienti dei propri genitori e saperne prendere le distanze a favore di una sempre maggiore autodeterminazione.

In tal senso sempre Erich Fromm nel libro L’arte d’amare afferma che “la persona matura è arrivata al punto in cui è la madre e il padre di se stessa”, “si è liberata dalle figure esteriori del padre e della madre e li ha ricreati in se stessa” incorporando ed integrando le loro modalità caratteristiche di esprimere amore. Il principio materno ama in modo incondizionato (“ti amerò sempre e comunque, così come sei, a prescindere da ciò che fai”), il principio paterno è indissolubilmente legato ad un giudizio di valore (“ti amo e apprezzo se…”).

Riuscire ad integrare in sé questi stili relazionali significa raggiungere la capacità di dare cura e affetto a sé e agli altri, accettando e tollerando i limiti, pur sapendo discriminare ciò che “ va bene” e ciò che “potrebbe andare meglio”, riconoscere gli atteggiamenti, le parole, le azioni “positive”, costruttive e quelle che creano disordine e difficoltà interiori e tra le persone.

Nascere, da questo punto di vista, significa allora maturare la consapevolezza di sé come persone degne d’amore, riconoscere le proprie risorse, capacità, abilità, tentare di superare i propri limiti e, se non è possibile, saperli accettare. Significa anche cogliere che anche le altre persone che abitano il mondo condividono lo stesso desiderio di amore e felicità, possiedono anch’esse le più diverse abilità e competenze, vivono difficoltà simili e sono alle prese con il tentativo di superarle e di realizzare le proprie più profonde aspirazioni.

Non è una cosa facile, né immediata, più che un punto di partenza è un obiettivo da raggiungere, o una prospettiva, un utile orizzonte di riferimento.

Non è neppure una meta concreta, che una volta raggiunta possiamo dare per scontata. È semmai un’attitudine da riconfermare, far crescere, maturare e consolidare continuamente, con attenzione e premura,  giorno dopo giorno, osservando il cammino percorso, ovvero chi siamo stati e a che punto siamo, e mantenendo la rotta verso il nostro orizzonte, ovvero chi vogliamo essere e dove vogliamo andare 

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